martedì 15 novembre 2011

QUASI UNA BIOGRAFIA


1937 - 1947
Gli anni della formazione



Enrico Accatino, pittore, scultore, designer, incisore, teorico dell'educazione artistica, nasce a Genova, a Piazza Colombo, nel 1920 da una famiglia piemontese scesa in Liguria come mercanti di vini, ma originaria di San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, il paese e la terra alla quale l’artista legherà per sempre la propria memoria e la propria identità culturale. La sua è una famiglia semplice, di viticultori, in parte toccata dall’emigrazione negli Stati Uniti (dove ancora a Ellis Island a New York sono conservate le foto dei due zii paterni) che trova ora nel commercio in Liguria la possibilità di un riscatto sociale.
Ma, al contrario delle attese dei propri genitori, sarà proprio in collina, nelle campagne, dove passa molti mesi all’anno a casa dei nonni, che Accatino – altrimenti destinato a gestire la bottega di famiglia di vini e spezie nel quartiere di San Martino - avverte il richiamo dell’espressione artistica ed inizia, da vero autodidatta, con pochissimi mezzi, a raccontare un mondo arcaico e contadino fatto di gente umile e senza storia. A ritrarre bestie nella stalla e vangatori, nebbie e tramonti.

Autoritratto, 1935-1936, una delle prime opere

Le scene di vita quotidiana collegate al lavoro dei campi e, in seguito, a quello in mare (anche Genova influenzerà profondamente, come si vede, le sue scelte estetiche con il suo carico di pescatori, marinai, emigranti pronti a imbarcarsi) saranno le tematiche portanti della sua prima produzione figurativa.



In questa fase di crescita notevole importanza avrà anche la frequentazione, a Torino, di Felice Casorati, che lo accoglie per alcuni mesi nel suo studio privato, insegnandogli il gusto della visione e la passione per la tecnica pittorica. Unico indirizzo culturale e unica cura a studi disordinati (si diploma Computista Commerciale) e a un ambiente provinciale e privo di stimoli, ben testimoniato dagli scritti di quegli anni di scrittori come Pavese e di Fenoglio.

Felice Casorati nel suo studio di Torino nel 1949
Enrico Accatino, autoritratto a 19 anni, 1939/1940
Enrico Accatino, militare a Manduria, a 21 anni, 1941

Il periodo bellico lo porta, da fante nel 52°Battaglione nel sud dell’Italia, in Puglia, a Manduria, dove ha la fortuna di stringere un sodalizio fraterno con un gruppo di giovani intellettuali come gli scrittori Michele Prisco, Mario Pomilio, Gino Montesanto, Orseolo Torossi, e come lo scultore pugliese Pietro Guida. Compagni d’arme, destinati a rimanergli amici per tutta la vita e che tanta influenza avranno nella sua formazione.



A Roma, nel dopoguerra, con la futura moglie Ornella Angeloni Accatino

Nel dopoguerra torna a Roma, dove lavora ai cicli pittorici  dei cantieri dell'Eur e della Palestra di Scherma. Si iscrive quindi alla Accademia di Belle Arti di Roma (dove studia con Amerigo Bartoli, Mino Maccari, Pericle Fazzini, Ferruccio Ferrazzi). Si compie un sogno, visto che già nel ’40, prima ancora della chiamata alle armi, aveva superato la prova di ammissione, grazie all’interessamento dello scultore Marino Mazzacurati, sempre pronto a individuare talenti e aiutare i giovani artisti.

Nonostante il rapporto di amicizia che lo lega ai suoi insegnanti, Enrico darà tuttavia vita, con Lorenzo Guerrini, Tullio Pericoli, Gianni Polidori, Rosanna Lancia - per la prima volta in Italia - ad una sorprendente contestazione contro la cultura accademica. Un’azione che non era mai stata tentata prima, a favore di una nuova didattica del disegno, che anticipa di alcuni mesi quanto Treccani e Testori avrebbero fatto all’Accademia di Brera a Milano.

Rotti i legami con l’Accademia, nel 1947 riesce finalmente a partire per Parigi, città nella quale rimarrà un anno condividendo la casa con lo scultore Lorenzo Guerrini e il pittore italo francese Silvio Loffredo.

A Parigi, con lo scultore Mino Guerrini


A Parigi, con il pittore Silvio Loffredo
Un’esperienza fondamentale, che capovolge le emozioni del Grand Tour che dovevano aver provato i maestri del Nord nel secolo precedente, e che gli permette di entrare in contatto con un mondo nuovo, finalmente libero e cosmopolita, e di conoscere e di frequentare artisti del livello di Severini, Giacometti, Laurens, Pignon, Hartung, Manessier, di visitare lo studio di Brancusi e Nicolas De Staël.

1947 - 1957
Il realismo d’angoscia

Il Concerto, cartone per il Conservatorio di Macerata, 1947/48

Trasferitosi definitivamente a Roma, nel 1951, dopo 7 anni di frequentazione, si sposa con la poetessa e scrittrice Ornella Angeloni - dalla quale avrà tre figli.
A livello pittorico, nonostante il momento felice della sua vita privata, continua ad esplorare un sentimento umano teso al riscatto del dolore e della miseria.
Michele Prisco e Enrico Accatino
Lo scrittore Gino Montesanto sistema la cravatta all'amico nel giorno del suo Matrimonio (courtesy fondazione Marino Moretti)


Si tratta di una figurazione rigorosa e sofferta, del tutto autonoma rispetto al realismo ideologico-politico imperante in quegli anni in Italia, ma anche lontana dai compiacimenti richiesti da un nascente collezionismo piccolo borghese.  …una pittura secca, essenziale, senza compiacimenti. dirà di lui Pier Paolo Pasolini. 

Fichi d'India
Il Trionfo della Morte, 1954
Quella di Accatino è una scelta complessa e radicale, che finirà per caratterizzare tutta la sua esperienza umana e professionale, e che lo porterà a lavorare sodo, a preferire la frequentazione di artisti-amici, amici-artisti come Fausto Pirandello, Roberto Melli, Alberto Gerardi, Primo Conti, Felice Carena, a quella dei salotti letterari romani, nei quali i suoi amici pittori più quotati vorrebbero introdurlo.

Sulla Terrazza di casa Melli, con Roberto Melli e Renato Guttuso

Del resto il tracollo economico dei genitori, nel 1949, coinvolti in un investimento sbagliato, lo obbligano a rimboccarsi le maniche, ad accettare l’incarico di insegnante precario (aveva preso pochi anni prima anche il diploma di liceo artistico e l'abilitazione all'insegnamento),  e lo portano a raddoppiare le ore di lavoro, trasformando la casa nel suo studio.
Nascono così, i fondamentali cicli delle “Madri”, dei “Pescatori”, del Trasporto”, della “Mattanza”, questi ultimi ispirati dai due lunghi soggiorni che Accatino aveva trascorso, ventenne, presso le Tonnare di Carloforte, in Sardegna, nel corsi delle lunghe fughe esistenziali alla ricerca della propria identità. Carloforte, enclave genovese in Sardegna, lo accoglie e lo strega, condividendo la vita, da tonnarotto, con quella degli altri pescatori.


A Carloforte, pescatore tra i pescatori, a destra con la maglia scura
1950, davanti al quadro de Gli Affogati, finalista al Premio Roma 1951

Nel 1951 è finalista del Premio Roma, vince il Premio per i Giovani Pittori istituito da Marino Moretti a Cesenatico, e nel 1953, proprio con una grande opera ispirata al mare (il trasporto del corpo di un pescatore morto sul lavoro), si aggiudica, con Antonio Scordia e Primo Levi, la prima edizione del Premio Marzotto. A quell'epoca il più importante premio per le Arti Figurative in Italia,  assegnato quell'anno per gli altri settori anche a Primo Levi per la letteratura e Valerio Mariani per la critica.


I vincitori del Premio Marzotto, con Valerio Mariani, Antonio Scordia, Carlo Levi. Accanto a lui sua moglie  Ornella Angeloni Accatino

Primo acquirente della sua prima mostra personale, presso la Galleria dell’Obelisco, a Roma (1952) sarà proprio Renato Guttuso che, come emerge dall’epistolario, ha identificato nel più giovane Enrico l’onesta e la forza di un’arte senza compromessi, necessaria alla costruzione di una nuova Italia. “...vorrei vederti più spesso e se credi di farmi vedere la grande pittura che stai facendo te ne sarei grato. Abbiamo bisogno, per questa grande battaglia di rinnovamento dell'arte italiana, di tutte le forze nostre migliori. Una nuova fase è incominciata, superato il momento delle polemiche e della confusione dei termini...(Renato Guttuso – 1952)

Nel 1956, vincitore della Borsa di Studio del Belgian American Education Foundation, si reca in Belgio e quindi in Olanda e in Inghilterra, dove si confronta con le principali neo-avanguardie europee, quasi alla conferma del proprio modo di intendere e “fare arte”.



Con il passare degli anni il figurativo è divenuto, infatti, per Accatino un linguaggio sempre più angusto, nel quale sembra non riconoscersi più, e nel quale non trova più spazio il suo uso libero e spregiudicato del pennello. Arma che usa per denunciare le ingiustizie o le fragilità umane, ma anche per esprimere una forte tensione morale.
La serie della “Paura Atomica”, dei “Fichi d’India”, del “Trionfo della Morte” quest’ultimo di chiara matrice espressionista, si trasforma così in una trama che già prelude alla sofferta trasformazione in atto.
Si rafforza anche in questi anni anche la produzione poetica, nata da vero autodidatta sin dagli anni ’40, che darà poi il via a due raccolte. Una poesia che opera per immagini, accolta sino dagli anni ’50 sulle pagine de “La Fiera Letteraria”.


Enrico Accatino, L'Attesa, 1957, ultima opera figurativa



1957 - 1965
La via dell’astrazione: geometrie della memoria

La mutazione della visione avviene in maniera definitiva nel 1957, dopo casuali sconfinamenti, la rarefazione della grande tela “l’Attesa”, segna, di fatto, la frattura definitiva tra il figurativo e l’astratto. Le figure diventano segni che si perdono contro un orizzonte chiaro, per divenire elementi cromatico espressive che narrano senza dover mostrare. 





Scriverà nei Diari:
“…il mio passaggio all’astrattismo non è stato repentino, ma lento e sofferto. Forse tutto è cominciato da una sorta di sazietà per certe forme di espressione, non soltanto mie, che mi fece entrare in polemica con me stesso. Inoltre in quegli anni dopo la fine della Guerra, si susseguirono a ritmo incalzante scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche e un’esplosione di mass-media che influirono violentemente sulla mentalità della società in cui vivevo.
Fatti che mi turbarono profondamente e mi fecero avvicinare, da osservatore estetico, ai misteri del cosmo, spingendomi verso stupori e contemplazioni mai prima da me sperimentate...”
I primi quadri aniconici dalla forte caratterizzazione geometrica sostenuta dalle vibrazioni di colori controllati a partire dagli anni ’60 tenderanno ad assumere una sempre maggiore severità di linguaggio. Un’etica della forma, quasi una religiosità astratta e assoluta che lo porterà a vincere nel 1960 la medaglia d'oro alla Biennale di Arte Sacra di Salisburgo, pur nella negazione della figurazione e dell’iconografia tradizionale. Un codice che lo vedrà ripercorre una lettura laica del mistero della fede.

Attento studioso (e come si vedrà, anche teorico dell’arte) Accatino ha motivato in più occasioni le sue scelte su categorie estetiche fondamentali, come ad esempio il cromatismo.
“Il colore…” scriverà “…possiede un valore morale. Il bianco è purezza e luce, il nero denuncia, contrasto, angoscia. La gamma dei grigi severità, ma anche dolcezza, i bruni, le ocra, i blu, i rossi, varietà di sentimenti e risonanze timbriche…i neri e i bianchi rappresentano una modalità di dialogo costante, un’infinta possibilità di comunicazione. Ognuno, in fondo, usa la propria sintassi.”

 

1965 - 1980
Il cerchio, ossessione e risposta

Il motivo conduttore e caratterizzante della produzione pittorica e tridimensionale, diviene da questo momento la “circolarità”: cerchio, disco, ellisse.
Il Mandala, come spesso sottolinea Giorgio Di Genova.
Una forma essenziale, che verrà declinata in tutte le possibili, plurime ed intersecate connessioni.
Una sorta di …“proliferazione cellulare fatta geometria della memoria” come ha ben identificato il critico Giuseppe Appella “…che ossessiona e placa Accatino.”


Una ricerca che attraverserà le più diverse tecniche produttive, che egli sperimenterà incessantemente nel corso degli anni nello studio di Via Chiana, e in seguito nel grande atelier di Via Agri, affiancando alla pittura la realizzazione di collage (che lui chiamerà carte costruite), l’incisione (tanto da arrivare ad acquistare e restaurare il grande tornio di Ottone Rosai), e infine la tridimensionalità (legno, gesso, bronzo, perspex, materiali di recupero). 
Scriveva: "Ho sempre sentito che la scultura, o per meglio dire, la “tridimensionalità”, come convergenza di forma-luce-materia e come momento spirituale.
Tutto il creato è tridimensionale, perché dal microcosmo al macrocosmo, è spazio scandito in forme, andamenti vuoti e pieni. Per me passare dal bidimensionale al tridimensionale, o viceversa, è un processo di complementarità che mi stimola e arricchisce. Passare dal colore, dal supporto alla concretezza di una qualunque materia da afferrare, piegare, accostare, modellare, è un fatto naturale e indispensabile.”


Forme continua, esposto al Musma museo della scultura di Matera



1965 - 1984
Tessilità. Un arte antica per il contemporaneo

Enrico Accatino, Il grande Anellare, esposto presso il centro direzionale Alitalia

Strenuo assertore di una nuova cultura legata alla tradizione tessile, Accatino, a partire dal 1965, si dedica con vigore alla tessilità e al recupero dell’arazzo come linguaggio espressivo e come proposta agli architetti, inventando nuove soluzioni di tessitura bi o tridimensionali, come il diaframma, che utilizza la trama dell’ordito per creare trasparenze e che Enrico propone come elemento sospeso, fruibile da entrambe le superfici.


"Fin da giovane - scriverà - ho fortemente sentito il fascino della parete come sede e supporto di immagini e colori. Ho poi scoperto il valore del tessuto come materia ideale per proporre un’assorbenza di luminosità del tutto particolare. Come scrissi in una discussa “Proposta agli Architetti”, mi sembrava anzi, che la facilità di trasporto e la varietà di collocazione delle immagini realizzate in tessuto potesse essere utile nel nostro tempo, così come lo era stato nella vita di tanti nomadi, di molti continenti, di ogni tempo".

Un’esperienza di totale innovazione, che lo rende, a pieno diritto, uno dei padri della Fiber Art, e che lo porta a riscoprire laboratori artigiani e arazzerie in tutta Italia (Abruzzo, Lazio, Sardegna, Puglia, Lombardia, Veneto, Friuli) con i quali produrrà tra il 1966 e il 1979 ben 136 tra arazzi, diaframmi, tappeti murali, (oggi in parte persi in seguito ad un sinistro), molti dei quali verranno esposti in rappresentanza del nostro Paese in importanti rassegne internazionali. Riconosciuto dalla stessa Madeleine Jarry, alla Biennale de la Tapisserie di Losanna come il maggior esponente italiano.
Enrico Accatino, Meandri



1960 - 1986
L’invenzione dell’educazione artistica

Contemporaneamente all’attività artistico-produttiva Enrico Accatino ha a lungo operato anche come formatore, divulgatore e teorico della didattica delle arti visive.
Un impegno che nasce tra il 1960 e il 1964 quando riceve l’incarico dalla RAI Radiotelevisione italiana di curare per la televisione una nuova impostazione dell’insegnamento artistico.

Enrico Accatino, durante il ciclo di docenze televisive
L’esperienza di “Telescuola” - “Non è mai troppo tardi” – programma che, di fatto, formano le generazioni del boom economico) porterà alla produzione di 400 trasmissioni televisive in diretta, ma anche alla realizzazione di testi fondamentali per l’Educazione artistico-visiva e la Storia dell’Arte (Forma-Colore-Segno, La favola dell’Arte, Carlo Signorelli). I testi che accompagneranno la disciplina ad evolvere da “Corso di Disegno” in vera e propria Educazione all’Immagine.
Di fatto viene rivoluzionata la disciplina, sino ad allora relegata a Ornato e Disegno Architettonico, tanto che verrà chiamato insieme a Giovanni Gozzer come consulente del ministro per lo sviluppo del nuovo programa dell'educazione artistica. I volumi, editi da Carlo Signorelli, diventano il libro più adottato nella scuola italiana, raggiungendo nelle diverse edizioni il milione di copie.


Un bagaglio di conoscenze che non potrà che confluire in decine di corsi di aggiornamento rivolti ai docenti e nella definizione dello stesso Programma della Riforma della Scuola Media, per il quale Accatino svolgerà per il ministro Gui un fondamentale ruolo di consulenza e indirizzo. Non solo. Grazie al suo interessamento nasceranno dal nulla Istituti d’Arte a Roma, Monopoli, Sessa Aurunca.
E, insieme a Carlo Piantoni, sarà tra i primi in Italia a operare per il superamento dell’handicap e delle disabilità attraverso l’educazione delle arti visive, operando con progetti pilota presso l’Unione Ciechi e la scuola Vittorino da Feltre a Roma. Con particolare attenzione ad autismo e spasticità.


Incontro didattico con insegnanti ciechi, Roma, 1965


1990 - 2000
La scoperta del colore

Enrico Accatino, Carte costruite

All’inizio degli anni ‘90, sulla scia della grande mostra antologica tenutasi a Palazzo Rondanini a Roma promossa dalla Regione Lazio, dove espone 180 opere, la produzione artistica di Accatino subisce un’ulteriore evoluzione. Lascia infatti definitivamente l’attività editoriale e si concentra sull’attività artistica.

Dopo anni di colori severi e controllati, la sua pittura si apre così a un nuovo cromatismo dove trovano spazio rossi brillanti, blu, gialli, improvvise variazioni di luce, in una sapiente fusione tra tecniche tradizionali e pittura acrilica, sino ad allora mai utilizzata (da artigiano tendeva a prepararsi i colori dal pigmento e dalle materie prime, sperimentando ogni volta nuove tecniche, che appuntava metodicamente nel ricettario).


Un percorso di sperimentazione che sarà ben raccontato dalle mostre del ciclo Alitalia per l’Arte (Roma, New York, Milano) e che proseguirà per tutto il decennio, sino a scavalcare la soglia del nuovo millennio.


2000 - 2005
Gli ultimi anni: L’arte e la malattia

Enrico Accatino, sino a quando ha potuto, ha continuato a dipingere e a produrre, frequentando luoghi molto amati come il Velino e i Monti Cimini, superando con la passione per l’arte le difficoltà che l’Alzheimer, manifestatosi alla fine del 2005, in maniera aggressiva dopo la morte dell’amata moglie Ornella, gli imponeva.
Solo nello studio egli ritrovava, infatti, la propria dimensione, mantenendo quella lucidità che nella vita normale lentamente svaniva. Artista nell’animo, capace di immaginare sculture sempre più complesse e sempre più grandi.

Ultima mostra importante la doppia personale (quadri e arazzi) tenutasi a Roma nel 2005 presso la Galleria Russo e Casa di Nepi, la manifattura che proprio per l’occasione produsse in Nepal cinque nuovi tappeti murali di grandi dimensioni (i primi a tiratura multipla di 9 pezzi, in luogo del pezzo unico).


Nel gennaio 2007, dopo aver subito un forte abbassamento della vista, si aggrava e deve essere ricoverato. Morirà a Roma il 16 luglio 2007.
Una decina di anni prima, aveva scritto:
“Cosa farò tra qualche anno? Magari quando sarò così vecchio da non potere più esprimere i miei sogni? Non lo so. Ma so che solo nel mio studio sono stato (e sarò) veramente a mio agio. Nella mia casa. E mi piacerebbe, come certi animali, rinchiudermi per sempre nella mia tana.
O sparire, un giorno, allontanandomi dalla capanna, come certi sciamani.”

L'ultimo dipinto di Enrico Accatino, forma circolare in legno, realizzato di getto, in poche ore, nel settembre del 2006, prima che i disturbi gli rendessero impossibile realizzare opere compiute.
L'evoluzione o involuzione del segno è comunque a disposizione degli studiosi e ricercatori. Dolorosa testimonianza della lotta tra coscienza e perdita di identità.


RICONOSCIMENTI E PRESENZE SUL MERCATO

Numerose sue opere sono conservate presso musei e collezioni private in Italia e all’estero: Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, Collezioni d’Arte Contemporanea Musei Vaticani, Simon Wiesenthal Center Los Angeles, Musma - Museo della Scultura di Matera.

Nel 1980, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione, il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini gli ha conferito la Medaglia d’Oro quale “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”. Nel 1998 il Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro lo ha nominato “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”.
Ulteriori informazioni sono reperibili in rete nel sito www.enricoaccatino.com

Enrico Accatino nel 2005, alla Galleria Di Nepi, Roma






Enrico Accatino was born in the port city of Genoa in 1920 to Piemontese parents.
This painter, sculptor and designer graduated from the Rome Fine Arts Academy and in 1947, after the Second World War, transferred to Paris. There, during the inspiring post-war years he mixed with artists such as Severini, Giacometti, Laurens Pignon and Manessier.

Accatino's work from 1940 to 1957 is characterized by a figurative tendency, inspired by social themes, one which distinguished him from the ideological - political realism reigning in Italy in that period. A strong human sentiment, directed towards redemption from pain and misery, is expressed by an essential constructionist symbolism (Fisherman, Tuna fishing, Mothers cycles). After a decade in Paris, he won a scholarship from the Belgian American Education Foundation which took him to Belgium and Holland in 1956. The first of his aniconic paintings, strongly geometrical works sustained by controlled colour vibrations (grays, whites, blacks, rusty browns and blues) were created in the second half of the fifties. In this period he began to investigate circularity, the theme which was to imprint all of his later graphic, painted and 3-dimensional works as circles, disks, ellipses …with all of their multiple and intersecting meanings. "The Eclipse" (1959) offers a unique point of view on what may be defined as the "praise of shadow", while "The Great Ring" (bronze, 1970) conducts us into the passionate "research of light" of Accatino poetry. A dedicated art student and theorist, Accatino has often deeply researched fundamental aesthetic categories, such as colour, abstraction and 3-dimensionalism.
A strenuous supporter of a new Italian culture tied to textiles, from 1966 he was intensely dedicated to the re-launching of tapestry as language, creating bi- and tri-dimensional solutions such his double faced diaphragm tapestries, plastic elements suspended in space.

During his long and intense artistic career he attained important national and international recognition, and many of his works are conserved in museums and private collections in Italy and abroad. From 1960 to 1964 he was responsible for the planning of a new method of teaching art, through hundreds of television transmissions (RAI - Radio Televisione Italiana). He also published numerous and important texts on Visual Arts and the History of Art and held conferences and courses for professors and principals in art instruction.

In 1980, nominated by the Ministry of Public Education, Enrico Accatino was awarded a gold medal by the President of the Italian Republic for "Benemerito della Scuola, della Cultura e dell'Arte". He died in 2007 in Rome.




Arte, pittura, scultura, informale, arte astratta, Enrico Accatino, telescuola, non è mai troppo tardi, arazzo, guttuso, melli, primo conti, ferrazzi, tappisserie, painter, italian, kunst, art, artè, casorati, guttuso, avanguardia, counismo, arte sociale, modernismo, infornale, fiber art, italian art, modernism, cubism, educazione artistica, fausto pirandello, marino moretti, michele prisco, gino montesanto, incisione, gesso, bozzetto, lucio fontana, italianische.

ENRICO ACCATINO - NOTE CRITICHE - 50 anni di appunti e contrappunti




…una pittura secca, essenziale, senza compiacimenti.
Pier Paolo Pasolini - 1950 

In tempi di ghirigori e di eleganze, di continui tentativi nelle direzioni più disparate, l’esempio di Accatino ci sembra importante. Egli non appartiene a nessuna tendenza, a nessun gruppo. Ma i suoi temi sono sociali poiché fa parte della sua poesia, della sua natura, l’uomo che lavora nel mare o nei campi, nella città o nei paesi. Egli si riallaccia con queste sue opere ai grandi artisti del passato. A coloro soprattutto che hanno avuto cuore e sangue da vendere. 
Gino Montesanto - 1952 

...vorrei vederti più spesso e se credi di farmi vedere la grande pittura che stai facendo te ne sarei grato. Abbiamo bisogno, per questa grande battaglia di rinnovamento dell'arte italiana, di tutte le forzse nostre migliori. Una nuova fase è incominciata, superato il momento delle polemiche e della confusione dei termini...
Renato Guttuso - 1952 - lettera a Enrico Accatino

Quale origine, quale collocazione dare ad Accatino? 
Neo-realista? Solitario antimodernista? Raffinato decadente in odor di avanguardismo cosmopolita?
Marcello Venturoli - 1953 

C’è, in Accatino, un rapporto intimo e connaturato fra vita come esperienza e rappresentazione come resa, ch’è la nota più viva della sua pittura.
Di qui quella volontà plastica sempre più portata ad una estrema severità di colore che spinge il suo temperamento inquieto a non appagarsi mai del frammento, anche solo per studio o per bozzetti, ma a cercare la composizione vasta, ad aver bisogno a volte dell’affresco.
Michele Prisco - 1956 


Enrico Accatino, questo sobrio, onesto, testardo e aperto artista (non a caso è un ligure-piemontese), ha un senso antico, religioso e plenario della vita, che possiede con drammatica fiducia nell’intero suo ciclo: dalla nascita alla morte. 
Lorenza Trucchi – 1957 

Accatino vuole far tabula rasa di tutto ciò che è lontano ricordo di materialità, di un peso, di una sospensione, di uno spazio, in maniera tale che sia la pittura a raccontare le sue avventure, e non il pittore.
Da ciò nasce la necessità di fare uso di pochi materiali coloranti scarniti a tal punto da essere talvolta limitati ai soli rapporti di bianco e di nero, al loro esprimersi col puro essenziale.
Antonio Marasco – 1959
  
Accatino non saprebbe esprimere in formule il perché di questi grigi o di questi rossi, né il perché di questi netti contrasti di chiaro e di scuro o di tese, riarse superfici-luce e densi, pesanti, grumi di materia. 
Corrado Maltese - 1960 
  
L’incontro con Accatino è uno di quelli che non si prevedono, e che arrivano improvvisi a destare e a illuminare su una natura generosa, su un raro esempio di dignità morale e intelligente consapevolezza… 
Lara V. Masini 1962 

Uno degli esiti più sorprendenti di questi arazzi “spaziali” di Accatino è la loro qualificazione materiologica, in senso diverso dalla flessione pittorica del mezzo, puntando invece proprio sulla determinazione delle soluzioni tecniche…di qui, dunque, una grande ricchezza di risultati figurali, voglio dire, di veri e propri punti di arrivo, al di là, infine anch’essi di un semplice rinnovamento della tradizione dell’arazzeria.
Enrico Crispolti - 1970 



L’opera di Accatino non cessa di sorprendere per la qualità di ogni risultato, e per la coerente meditazione che sta a monte di ogni ciclo di lavoro.
E’ uno di quegli artisti nei quali la maturazione della ricerca e dell’aderente linguaggio è così complessa e comprensiva da includere nella sua attività ogni forma d’arte, ciascuna conseguente e attinente all’altra.
Sandra Orienti - 1977 

Enrico Accatino, estraniato ed estraneo alla vertigine e al clangore artistico e critico di questo sempre più urlato ‘900, è un uomo coerente, artista coerente che non ha mai attraversato nessun “ismo”
Accatino celebra l’apoteosi del modulo circolare nelle sue varianti ad anello e a disco. L’essenzialità delle forme domina, il colore diviene peso e lo spazio dell’opera è determinato dal connubio di forma e colore, ambedue ricondotti ad una pregnante elementarità di cui solo Burri ha saputo dar prova nelle opere degli ultimi anni.
Giorgio Di Genova – 1991

Un’esplorazione così appassionata eppure così sobria, elegante, chiusa in un non-colore che poi è in realtà una partitura che diresti orientale di colori raffinatissimi, asserragliati in uno sviluppo che comprende neri prepotenti e bianchi sporchi, calcinosi, e in mezzo, catrami, ruggini, i ton-sur-ton di ferri e bronzi, grigi e verdi marcescenti, azzurri pallidi, come dilavati, questa sorta di pathos e brutalità che ha dalla sua una costellazione di riferimento che comprende Masaccio e Roualt, Dubuffet e Kline.
Marco di Capua - 1997 

Le sensazioni vengono trasportate di volta in volta in un disegno, in una scultura, in un dipinto, o in un arazzo le cui forme, attraverso volumi bloccati dialoganti con lo spazio, eccitano lo sguardo.
Tutto ciò muove dal bisogno insopprimibile di liberarsi dalla soggezione alla realtà apparente, poi dall’ansia di giungere ad una comprensione totale della realtà permanente spogliata dall’accidentale e dal contingente.
Giuseppe Appella - 1999 



Ogni sensazione significativa dà origine alla ricognizione di una nuova immagine, variata all’infinito, che sfrutta ogni capacità tecnica verificandola sui motivi dell’ispirazione, sulle misurazioni delle concentrazioni luminose indirizzate a sottolineare la ricerca di assoluto nel valore morale dei colori.
Giuseppe Appella - 2006 


Hanno scritto di lui, anche:
Pierluigi Albertoni, Tito Amodei, Vito Apuleo, Umbro Apollonio, Giulio Carlo Argan, Jolena Baldini, Carlo Barbieri, Liana Bertolon, Germano Beringheli, Enzo Bilardello, Patrizia Bonfiglioli, Rossana Bossaglia, Fabio Briguglio, Luciano Budigna, Sebastiano Carta, Richard Chase, Marcello Camillucci, Maria Campitelli, Raoul Capra, Nicola Carrino, Pietro Cimatti, Tano Citeroni, Anna M.Corbi, Mauro Corradini, Claudio Crescentini, Enrico Crispolti, Gualterio Da Viá, Jvone De Begnac, Aniceto del Massa, Elisa De Benedetti, Anna D'Elia, Enrico Endrich, Giovanni Falllani, Oreste Ferrari, Luigi Paolo Finizio, Francesca Franco, Ennio Francia, Marcello Gallian, Giorgio Di Genova, Antonio Gasbarrini, Carlo Giacomozzi, Silvano Giannnelli, Guglielmo Gigliotti, Givanni Gozzer, Virgilio Guzzi, John Hart, Fausto Ianni, Madeilaine Jarry, Bianca Lami, Luigi Lambertini, Sveva Lanza, Luciano Luisi, Corrado Maltese, Valerio Mariani, Pietro Marino, Luciano Marziano, Girgio Mascherpa, Laura V. Masini, Roberto Melli, Elio Mercuri, Dario Micacchi, Franco Miele, Guido Montana, Duilio Morosini, Cirpiano E. Oppo, Mario Pischedda, Franco Nonnis, Nello Ponente, Gianni Rodari, Vinicio Saviantoni, Giuseppe Sciortino, Claudio Spadoni, Joan Silleck, Leo Strozzieri, Luigi Tallarico, Kenzo Takahashi, Stfania Severi, Claudia Terenzi, Giorgio Trebbi, Francesco Vincitorio, Gino Visentini, Ferruccio Ulivi, Bruno Zevi, Erik G.Wickenburg.